Come in un romanzo pulp, il gabinetto era abozzato come in un fumetto. Tinta unita, squadrato e dalle pareti spoglie e piane. Costituito da tre ambienti in successione, come tre scatole affiacate messe in comunicazione. Per attraversarle bastava entrare e proseguire dritto, ci si trovava cosi' ad avere subito alla propria destra la parete continua in comune tra tutte, sulla sinistra di volta in volta il fondo opposto, dove in penombra vi erano ora i lavandini, ora gli orinatoi, ora le cabine dei gabinetti. Quando entrai appariva vuoto, l'illuminazione nei tre ambienti si attenuava progressivamente pur disegnando ombre nette ove gli spigoli delle pareti intercettavano il raggio tagliente delle coppie di faretti puntiformi sui soffitti.
A Sopot in fondo al molo di 500 metri c'è un porto, tanto piacciono i porti e le navi ai polacchi. È tutto bianco: bandiere bianche garriscono alle sferzate del vento del Baltico, sulle panchine bianche i bambini in divisa bianca ridono e scherzano delle difficoltà degli adulti, le ragazze del nord dai lunghi capelli biondi trattengono il cappello a large falde e la gonna che non sempre mostrerebbe la traccia immacolata del costume. Soprattutto per questo ultimo spettacolo pago l'ingresso e mi reco ai tornelli (ecco questa è l'unica imperfezione della giornata). Una signora sorveglia l'ingresso, la saluto col trucco del bonfonchio, che è un saluto tipo rumore bianco (considerato il bianco del contesto), dove l'ampio spettro detto suoni generati contiene anche un -la ringrazio- in tutte le lingue del mondo. Superata la barriera vengo raggiunto alle spalle da sonoro -Arrivederci- con le vocali un po' allungate ma senza dubbio cordiale. Mi volto e vedo la signor...