domenica 29 luglio 2012

Le poltroncine basse

Le poltroncine basse funzionano come espositori.
In ogni sala d'attesa, in ogni hall di albergo se ne possono trovare. Sono decisamente scomode, un supplizio a tirarsi su in piedi, e a sedersi sono equivalenti ad un tuffo all'indietro dal trampolino.
Ma sono espositori, per questo ce ne sono tante.
Espositori de che? Per donne in tiro.
Per i difetti che vi ho citato, gli uomini e le donne vestite normalmente, provano solo una grande fatica e un grande disagio nel doverle utilizzare. Le usano solo se sono costretti. Rimangono in piedi alla finestra piuttosto, li vedi lì, con una rivista in mano, mentre lì accanto c'è una di queste poltroncine vuote... finché non arriva la donna in tiro. La donna in tiro è attillata, scollata, spaccata, tacco 12. Nell'atto di sedersi è possibile cogliere l'uso di autoreggenti, di reggiseno imbottito o meno, di mutanda o meno.
L'uso della poltroncina espositore per loro non è mai un problema. Con grande grazia e femminilità riescono ad adagiarsi e rialzarsi con una compostezza invidiabile e affascinante. Uomini e Donne normale risultano invece in quel movimento di una goffaggine assoluta. La donna in tiro invece potrà issarsi a gambe parallele affiancate, a gambe accavallate, a ginocchia unite e gambe sforbiciate. E facendo così esporranno la gamba per quanto scoperta, ma sopratutto il seno, in quanto per mantenere la compostezza, dovranno spostarsi inizialmente sul limite anteriore della seduta, e infine inclinare in avanti il tronco quanto basta per prendere lo slancio per alzarsi.
Il movimento è possibile, perché con il colpo di reni da tuffatrice, il baricentro mantiene una traiettoria verticale, spinto verso l'alto dallo slancio. Due colpi con le palme delle mani per stirare verso il basso la gonna e controllare eventuali spostamenti nell'esposizione del seno, e via!
Quindi, posizione strategica sulle poltroncine basse: sedersi davanti, in attesa delle donne in tiro.

giovedì 5 luglio 2012

Il regalo americano

Sono tornato dall'america con un regalo, qualcosa i cui strascichi segnano ancora la mia esistenza. Non è una malattia venerea, non è una malattia in genere, eppure mina la regolare esistenza quotidiana.
Ogni volta che entro in cucina, ne cerco le tracce, ne cerco le tracce nell'aria, sui mobili pensili, sul ripiano sotto il pensile in cui tengo del cibo. Infine apro l'anta fatale.
Col tempo ora va un po' meglio, ma meglio spiegare dall'inizio, perché a periodi, ho pensato di non farcela.
Alla fine dell'anno scorso, un sacchetto di riso, cominciò a manifestare una vitalità non consona a 2 kg di cereali essicati. Il sacchetto consumato a metà proveniva dagli avanzi del residence, e mi era sembrato un peccato buttarlo. Così ho pensato, che mi importa se dalle mie parti venga prodotto il miglior riso del mondo, anche questo dall'origine indefinita ha la sua dignità.
Ecco, ad un certo punto hanno cominciato a svolazzare le farfalline, le tarme del riso si chiamano, anzi hanno un nome più complicato, ma rimangono delle farfalline. Quello che è odioso sono le sue larve. Lasciano dove si posano dei filamenti, come una specie di ragnatela. E il sacchetto di riso avanzato ne era pieno.
Che disonore! Comparse in corrispondenza dei miei buoni propositi di tenere pulita la casa. E abbatterle in volo, o sulle superfici su cui si appoggiano non è per nulla efficace.

Ecco come si deve procedere in realtà:
  • applicare uno di quei fogli appiccicaticci all'interno della madia
  • la madia deve essere svuotata e ripulita
  • usare uno di quegli sgrassatutto
  • insistere nelle fessure, nei fori, nelle cerniere
  • eliminare tutti i sacchetti, aperti o chiusi, le scatole di cartone, le scatole vuote in genere, le larve infatti si insinuano anche nelle scatole di alimenti diversi dal loro cibo abituale, ma si insinuano anche negli anfratti dove evidentemente trovano protezione.
Detto questo, le farfalline le ho ancora. Il regalo americano.