giovedì 29 agosto 2013

Acqua alle caviglie

Altro che acqua alle caviglie...
Un pomeriggio trafelato come al solito, sommerso di messaggi, mail tocchi sulla spalla, "scusa posso farti una domanda?". Almeno tutti sono gentili, questa è la differenza degli uffici degli ultimi anni..

Il pomeriggio stava iniziando dopo il pranzo, e grandi nuvoloni iniziano ad oscurare il cielo. Io posso vedere porzioni di grandi vetrate, a sinistra su un viale alberato, a destra su un cortile, panorama un poco, ma anche da questo lato posso vedere una bella fetta di cielo.
Il cielo si è annuvolato, coperto, inspessito. Un cielo di ovatta grigia, scura, sempre più scura. Il suo stomaco rimbomba, anche il mio stomaco rimbomberebbe divenissi così minaccioso. Tuoni, lampi, iniziano a cadere grosse e rumorose goccie, poi bicchierate, infine secchi di acqua.
Guardo la scena a destra e sinistra, qualche collega si alza e si affaccia alle finestre. La corrente elettrica resiste, la rete informatica pure. Vedo gli scrosci d'acqua e mi ricordo i temporali in Brasile, con l'intenso profumo esotico degli alberi lungo i viali, liberati dalla sporcizia che si accumula rapidamente nell'aria delle metropoli.
I colleghi cominciano ad eccitarsi oltre una ragionevole soglia, mi alzo anche io. Dalle finestre del cortile interno si vede acqua di sopra e acqua di sotto. Il cortile ormai è un lago da cui affiorano isolotti strani, simili ad auto di cui non si vedono i pneumatici.
I proprietari delle isole assistono alla scena impotenti, rammaricandosi di non aver parcheggiato l'isola sulla strada, o sotto casa.
Il magazzino accessibile ai veicoli commerciali invece è mezzo metro sotto il piano del cortile. Il ragionier Fantozzi cerca di avviare l'auto con cui fa le consegne, il cui motore è però ormai sommerso, e lui seduto davanti al cruscotto sembra l'uomo in ammollo della pubblicità del detersivo.

I colleghi ridono. Ma sono Fantozzi pure io, e mi prende un groppo in gola.

martedì 27 agosto 2013

Buoni incassatori

Un buon incassatore non si cura degli eventi e dei giudizi degli altri, e soprattutto non si cura delle botte ricevute.
L’ho conosciuto un anno fa, prima che il treno mastodontico prendesse velocità e raggiungesse la curva in fondo alla discesa. Giunto in fondo il treno deragliò rumorosamente e si infilò nel tunnel, come la palla in un canestro perfetto. L'aria uscì dalla stessa apertura in cui fece ingresso, e noi che a lato stavamo a guardare ci investì tutti, lui invece eroico nella carrozza di testa leggeva il giornale.

Incassatore come lui è solo il suo programmatore. Giovane, silenzioso, arruffato, ma con una barba perfettamente regolata. Anche lui, mai una risata, un caffè assieme. Una sfinge. Mi sono immaginato più volte di togliergli la sedia all’ultimo istante durante la sua seduta. Me lo vedevo con lo sguardo fisso innanzi a se, appoggiato nell’aria come sulla sedia mancante.
Parla poco, quando parla usa un marcatissimo accento campano, farfugliato e non sempre comprensibile.
Scrive codice con una discreta velocità. Bravo, abbastanza bravo, anche se non appare mai affidabile a causa di quel suo strano aspetto, a suo modo autistico.
-    Guarda che dovresti togliere quel flag.
-    Che? – stupito e corrucciato. – no.
-    Si, è quel flag che non va.
-    Che? – esattamente la stessa espressione precedente, pare essere tornati indietro con il rewind – no.
Non il punto esclamativo sul no. Perché è una negazione anodina. Il suo processo mentale non si svolge interagendo con l’esterno, è tutto svolto in sottofondo: fine dell’elaborazione. Exit: - no.

Loro due si siedono accanto. Si parlano per brevi istanti. Non si spiegano mai rumorosamente o appassionandosi ad una opinione ancorché professionale. Lui dice cosa fare, e l’altro: – no – oppure – va bene.
Si somigliano, separati nella culla. L’unica differenza è che quando passa una ragazza: il programmatore non recepisce l’evento. L’altro alza la testa, la guarda senza volgerle gli occhi addosso, così, un po’ di striscio, per essere sicuro di non doverne sostenere anche solo incidentalmente lo sguardo. Appena lei gli volge definitivamente le spalle allora: - E’ libera? – rivolto a me. Nel suo sguardo nessuna passione. Ma è chiaro che dietro il suo sguardo è proiettato qualche film. Che film? Che si immagina di fare o di dire a quelle ragazze?

Eppure lo vengono a cercare solo belle colleghe. Solo una ha per lui delle domande di lavoro. Le altre arrivano e scambiano qualche battuta. Anzi, nessuno scambio, loro monologano, lui grugnisce.
Io lo invidio, e quando rimaniamo soli gli dico: - Bella quella, simpatica quell’altra, ti fila questa, ci sei uscita con quest'altra? Lui risponde criticandole per il carattere, per la caviglia, per una storia sentita.

Non è ancora fuori dal tunnel, ma quando ne uscirà troverà sempre pronto il destino dell'incassatore pronto a colpirlo.

sabato 17 agosto 2013

Come un parcheggio ha cambiato la mia idea sulla morte

Ieri mattina, mi sono allontanato dalla strada maestra per raggiungere un bar poco distante la rotonda, lungo una modesta salita. Tale bar è una mia meta frequente quando voglio evitare la lotta al parcheggio in città. La strada è decisamente di campagna: poche case, poche auto, il distributore di carburante carissimo e distante da entrambi i paesi che la strada collega.
Alla rotonda svolto e mi inerpico per poche centinaia di metri fino allo spiazzo.
Il parcheggio come mi aspettavo era facile. A causa della pigrizia del week-end calcolo il punto più vicino in linea d'aria al bar, e quindi accosto all'unica macchina già in sosta il cui conducente evidentemente era vittima delle stesse mie pigre considerazioni.
Mi tengo a buona distanza perché non voglio crearmi problemi di spazio quando proprio non esistono. Il proprietario dell'auto, una signora tranquilla, entra nell'abitacolo e avvia il motore. Decido di concedermi quest'altro pigro lusso, di aprire completamente la portiera in totale libertà, e quindi attendo, per non batterle contro.

L'auto della signora si avvia, sale di giri e ha un sussulto dovuto al moto incipiente che scarica gli ammortizzatori anteriori e carica quelli posteriori, ma subito interrompe la spinta. L'auto senza trazione retrocede di pochi millimetri al punto di partenza. Io attendo.
L'auto riprova, sfriziona un poco. Fa' pochi centimetri ma si ferma ancora. Esita. Ritorna ferma.
Con una svogliata torsione del collo e delle spalle mi volto all'indietro, con notevole sforzo, convinto che non si dovrebbero fare queste fatiche in un parcheggio quasi deserto. E allora la vedo. Neanche fossi in centro a Torino. Ma cinque auto sono ferme attorno a me, alla ricerca di uno spazio per poter completare ciascuno la propria manovra.
Il parcheggio in fronte al bar, costituisce una vera e propria piazzetta tangente alla strada principale, che origina però anche un incrocio confluendovi anche altre due vie del paesino. In un istante erano sopraggiunte macchine da ogni direzione, e ciascuna si era messa in attesa per completare la propria manovra dell'uscita dell'auto della signora dal parcheggio.
Scendo dall'auto, osservo la scena. Le auto ferme una di fronte alle altre, come in un duello spaghetti western.
Anche la morte arriva inattesa durante una semplice manovra di parcheggio?