martedì 28 febbraio 2017

Collega Informato

Oggi devo comprare caffé e carta igienica. Solo questo. Non è evidente, ma tra i due c'è attinenza: ad inizio mattina completo il ciclo digestivo cominciato nel giorno precedente, e accade appena dopo il caffé.
Non va più molto di moda fumare, quindi nella discussione che stavamo facendo nessuno lo ha introdotto come argomento. Invece il mio collega si è vantato di non aver bisogno di nessuno stimolo la mattina, va in bagno e legge il giornale. Non ne ha il tempo tutti i giorni, certo. Ci vuole più tempo che bere un caffé.
Ora mi spiego perché è spesso ben informato. E anche perché non sempre.

giovedì 29 agosto 2013

Acqua alle caviglie

Altro che acqua alle caviglie...
Un pomeriggio trafelato come al solito, sommerso di messaggi, mail tocchi sulla spalla, "scusa posso farti una domanda?". Almeno tutti sono gentili, questa è la differenza degli uffici degli ultimi anni..

Il pomeriggio stava iniziando dopo il pranzo, e grandi nuvoloni iniziano ad oscurare il cielo. Io posso vedere porzioni di grandi vetrate, a sinistra su un viale alberato, a destra su un cortile, panorama un poco, ma anche da questo lato posso vedere una bella fetta di cielo.
Il cielo si è annuvolato, coperto, inspessito. Un cielo di ovatta grigia, scura, sempre più scura. Il suo stomaco rimbomba, anche il mio stomaco rimbomberebbe divenissi così minaccioso. Tuoni, lampi, iniziano a cadere grosse e rumorose goccie, poi bicchierate, infine secchi di acqua.
Guardo la scena a destra e sinistra, qualche collega si alza e si affaccia alle finestre. La corrente elettrica resiste, la rete informatica pure. Vedo gli scrosci d'acqua e mi ricordo i temporali in Brasile, con l'intenso profumo esotico degli alberi lungo i viali, liberati dalla sporcizia che si accumula rapidamente nell'aria delle metropoli.
I colleghi cominciano ad eccitarsi oltre una ragionevole soglia, mi alzo anche io. Dalle finestre del cortile interno si vede acqua di sopra e acqua di sotto. Il cortile ormai è un lago da cui affiorano isolotti strani, simili ad auto di cui non si vedono i pneumatici.
I proprietari delle isole assistono alla scena impotenti, rammaricandosi di non aver parcheggiato l'isola sulla strada, o sotto casa.
Il magazzino accessibile ai veicoli commerciali invece è mezzo metro sotto il piano del cortile. Il ragionier Fantozzi cerca di avviare l'auto con cui fa le consegne, il cui motore è però ormai sommerso, e lui seduto davanti al cruscotto sembra l'uomo in ammollo della pubblicità del detersivo.

I colleghi ridono. Ma sono Fantozzi pure io, e mi prende un groppo in gola.

martedì 27 agosto 2013

Buoni incassatori

Un buon incassatore non si cura degli eventi e dei giudizi degli altri, e soprattutto non si cura delle botte ricevute.
L’ho conosciuto un anno fa, prima che il treno mastodontico prendesse velocità e raggiungesse la curva in fondo alla discesa. Giunto in fondo il treno deragliò rumorosamente e si infilò nel tunnel, come la palla in un canestro perfetto. L'aria uscì dalla stessa apertura in cui fece ingresso, e noi che a lato stavamo a guardare ci investì tutti, lui invece eroico nella carrozza di testa leggeva il giornale.

Incassatore come lui è solo il suo programmatore. Giovane, silenzioso, arruffato, ma con una barba perfettamente regolata. Anche lui, mai una risata, un caffè assieme. Una sfinge. Mi sono immaginato più volte di togliergli la sedia all’ultimo istante durante la sua seduta. Me lo vedevo con lo sguardo fisso innanzi a se, appoggiato nell’aria come sulla sedia mancante.
Parla poco, quando parla usa un marcatissimo accento campano, farfugliato e non sempre comprensibile.
Scrive codice con una discreta velocità. Bravo, abbastanza bravo, anche se non appare mai affidabile a causa di quel suo strano aspetto, a suo modo autistico.
-    Guarda che dovresti togliere quel flag.
-    Che? – stupito e corrucciato. – no.
-    Si, è quel flag che non va.
-    Che? – esattamente la stessa espressione precedente, pare essere tornati indietro con il rewind – no.
Non il punto esclamativo sul no. Perché è una negazione anodina. Il suo processo mentale non si svolge interagendo con l’esterno, è tutto svolto in sottofondo: fine dell’elaborazione. Exit: - no.

Loro due si siedono accanto. Si parlano per brevi istanti. Non si spiegano mai rumorosamente o appassionandosi ad una opinione ancorché professionale. Lui dice cosa fare, e l’altro: – no – oppure – va bene.
Si somigliano, separati nella culla. L’unica differenza è che quando passa una ragazza: il programmatore non recepisce l’evento. L’altro alza la testa, la guarda senza volgerle gli occhi addosso, così, un po’ di striscio, per essere sicuro di non doverne sostenere anche solo incidentalmente lo sguardo. Appena lei gli volge definitivamente le spalle allora: - E’ libera? – rivolto a me. Nel suo sguardo nessuna passione. Ma è chiaro che dietro il suo sguardo è proiettato qualche film. Che film? Che si immagina di fare o di dire a quelle ragazze?

Eppure lo vengono a cercare solo belle colleghe. Solo una ha per lui delle domande di lavoro. Le altre arrivano e scambiano qualche battuta. Anzi, nessuno scambio, loro monologano, lui grugnisce.
Io lo invidio, e quando rimaniamo soli gli dico: - Bella quella, simpatica quell’altra, ti fila questa, ci sei uscita con quest'altra? Lui risponde criticandole per il carattere, per la caviglia, per una storia sentita.

Non è ancora fuori dal tunnel, ma quando ne uscirà troverà sempre pronto il destino dell'incassatore pronto a colpirlo.

sabato 17 agosto 2013

Come un parcheggio ha cambiato la mia idea sulla morte

Ieri mattina, mi sono allontanato dalla strada maestra per raggiungere un bar poco distante la rotonda, lungo una modesta salita. Tale bar è una mia meta frequente quando voglio evitare la lotta al parcheggio in città. La strada è decisamente di campagna: poche case, poche auto, il distributore di carburante carissimo e distante da entrambi i paesi che la strada collega.
Alla rotonda svolto e mi inerpico per poche centinaia di metri fino allo spiazzo.
Il parcheggio come mi aspettavo era facile. A causa della pigrizia del week-end calcolo il punto più vicino in linea d'aria al bar, e quindi accosto all'unica macchina già in sosta il cui conducente evidentemente era vittima delle stesse mie pigre considerazioni.
Mi tengo a buona distanza perché non voglio crearmi problemi di spazio quando proprio non esistono. Il proprietario dell'auto, una signora tranquilla, entra nell'abitacolo e avvia il motore. Decido di concedermi quest'altro pigro lusso, di aprire completamente la portiera in totale libertà, e quindi attendo, per non batterle contro.

L'auto della signora si avvia, sale di giri e ha un sussulto dovuto al moto incipiente che scarica gli ammortizzatori anteriori e carica quelli posteriori, ma subito interrompe la spinta. L'auto senza trazione retrocede di pochi millimetri al punto di partenza. Io attendo.
L'auto riprova, sfriziona un poco. Fa' pochi centimetri ma si ferma ancora. Esita. Ritorna ferma.
Con una svogliata torsione del collo e delle spalle mi volto all'indietro, con notevole sforzo, convinto che non si dovrebbero fare queste fatiche in un parcheggio quasi deserto. E allora la vedo. Neanche fossi in centro a Torino. Ma cinque auto sono ferme attorno a me, alla ricerca di uno spazio per poter completare ciascuno la propria manovra.
Il parcheggio in fronte al bar, costituisce una vera e propria piazzetta tangente alla strada principale, che origina però anche un incrocio confluendovi anche altre due vie del paesino. In un istante erano sopraggiunte macchine da ogni direzione, e ciascuna si era messa in attesa per completare la propria manovra dell'uscita dell'auto della signora dal parcheggio.
Scendo dall'auto, osservo la scena. Le auto ferme una di fronte alle altre, come in un duello spaghetti western.
Anche la morte arriva inattesa durante una semplice manovra di parcheggio?

domenica 14 aprile 2013

Brizzolato

All'ultimo rinnovo della carta d'identità, ho atteso pazientemente il mio turno in mezzo a tutta l'umanità del quartiere. E' bello il giorno in cui ci si può immerge tra la gente, che altrimenti non vedresti mai. Un po' come immergersi tra i condomini, che magari sono le persone più simpatiche che potresti mai conoscere, ma prendendo sempre l'ascensore questo non avverrà mai.
EEEEEEK, sul tabellone appare il mio numero, e quindi supero la porta a vetri ed entro nel grande locale, sul cui lato sono ricavati gli sportelli in una fila continua, tutti con il loro bel numerino.
Compilo un cartoncino con le informazioni necessarie al riconoscimento, le firme, le foto, i segni particolari. E' stato facile, ho riproposto quelli del documento precedente che ho ancora in tasca, copiandolo.
Passo il modulo sotto il vetro all'impiegata, che inizia subito ad inserirlo sul sistema e a pinzare le foto. E' molto spiccia e veloce. Finisce i preliminari e mi ripassa il modulo per una ulteriore firma, e puntualizza: - Per i capelli non ho potuto mettere "Castani", capirà, ho messo "Brizzolato".
Io guardo la scritta, forse sperando in cuor mio che si trattasse di una battuta da impiegata dell'anagrafe. Mi sento impreparato: - Ma... Ma come...
Pensavo confusamente a qualcosa di simile a: - Ma se fossi venuto qui coi capelli tinti, che colore avrebbe deciso di mettere? - e invece non riuscii a dire nulla.
L'impiegata esita... - E' vero. Ma non posso far altro che constatarlo.
Esita ancora: - Avrebbe dovuto fare come noi donne in questi casi. - Io la guardo con la bocca ancora aperta, ancora incerta.
- Il giorno in cui rinnoviamo un documento tingiamo i capelli.
Non sorride, lo dice con una certa gravità.
Con la stessa sua espressione le ribatto: - Potrei magari tornare... - cerco di interpretare il suo sguardo di fronte alla mia ipotesi, che ora cambia in quella dell'impiegata che scopre di avere davanti a sé uno scocciatore.
Sorrido: - Se è la verità, allora va bene brizzolato. Il tempo passa per tutti.
L'impiegata dell'anagrafe allenta la tensione e sorride. Scambiamo qualche battuta dell'effetto del tempo sulle fototessere. Faccio il cordiale più che altro perché è il momento in cui deve fare bene il suo lavoro di punzonatura e stampa della mia nuova carta d'identità. Altrimenti dovrei tenermi una carta d'identità con su scritto brizzolato e per di più graficamente difettosa ...in attesa di rinnovarla con la tintura.
L'uomo brizzolato si salvera?

sabato 9 marzo 2013

Monologo di dialoghi

È un po' che non scrivo. Non sento in questo periodo lo stimolo a comunicare. Eppure in testa è un monologo continuo di dialoghi. Monologo di dialoghi, per quanto assurdo sempre di monologo si tratta, ma anche di dialoghi, immaginari. Dialoghi che sento che non si svolgerebbero mai nella realtà, perché nella realtà le persone a cui mi immagino di rivolgermi non rimarrebbero ad ascoltare, non interagirebbero e non sosterrebbero la discussione.

Non sono un introverso. Passo la giornata a parlare, e trovo anche il tempo per i miei monologhi. I clienti, i capi, i colleghi, non potrei lavorare in silenzio, e alla macchina del caffé, alla mensa, lungo i tragitti nei corridoi, mai in silenzio.

Nei miei monologhi interiori si allestisce la scena drammatica in cui le mie parole vengono intese, o meglio, le mie intenzioni vengono intese, e a differenza che nella realtà attraggono sempre l'attenzione dell'interlocutore. In un litigio amoroso, in un corteggiamento, la scena madre è quando vengono dette le parole che sciolgono l'amore dell'altro, no?

Ecco, non scrivo molto, perché non sento nelle mie parole reali la stessa forza di quelle nei miei monologhi.

domenica 29 luglio 2012

Le poltroncine basse

Le poltroncine basse funzionano come espositori.
In ogni sala d'attesa, in ogni hall di albergo se ne possono trovare. Sono decisamente scomode, un supplizio a tirarsi su in piedi, e a sedersi sono equivalenti ad un tuffo all'indietro dal trampolino.
Ma sono espositori, per questo ce ne sono tante.
Espositori de che? Per donne in tiro.
Per i difetti che vi ho citato, gli uomini e le donne vestite normalmente, provano solo una grande fatica e un grande disagio nel doverle utilizzare. Le usano solo se sono costretti. Rimangono in piedi alla finestra piuttosto, li vedi lì, con una rivista in mano, mentre lì accanto c'è una di queste poltroncine vuote... finché non arriva la donna in tiro. La donna in tiro è attillata, scollata, spaccata, tacco 12. Nell'atto di sedersi è possibile cogliere l'uso di autoreggenti, di reggiseno imbottito o meno, di mutanda o meno.
L'uso della poltroncina espositore per loro non è mai un problema. Con grande grazia e femminilità riescono ad adagiarsi e rialzarsi con una compostezza invidiabile e affascinante. Uomini e Donne normale risultano invece in quel movimento di una goffaggine assoluta. La donna in tiro invece potrà issarsi a gambe parallele affiancate, a gambe accavallate, a ginocchia unite e gambe sforbiciate. E facendo così esporranno la gamba per quanto scoperta, ma sopratutto il seno, in quanto per mantenere la compostezza, dovranno spostarsi inizialmente sul limite anteriore della seduta, e infine inclinare in avanti il tronco quanto basta per prendere lo slancio per alzarsi.
Il movimento è possibile, perché con il colpo di reni da tuffatrice, il baricentro mantiene una traiettoria verticale, spinto verso l'alto dallo slancio. Due colpi con le palme delle mani per stirare verso il basso la gonna e controllare eventuali spostamenti nell'esposizione del seno, e via!
Quindi, posizione strategica sulle poltroncine basse: sedersi davanti, in attesa delle donne in tiro.